mercoledì 4 maggio 2011

Tesina liceo:l' infinito

 
             ESAME DI MATURITA’ 2009/2010     
                     LICEO SCIENTIFICO “G. BERTO”  
                       RIDOLFI ALESSANDRA   V I 

   
            ITALIANO:   
LA RICERCA DELL’INFINITO 
IN LEOPARDI E L’INFINITO 
COME ASSOLUTO IN 
UNGARETTI E MOTALE 
              LATINO: 
GIOIA DIVINA E SENSO DI 
SMARRIMENTO DIFRONTE 
AL COSMO INFINITO NEL DE 
RERUM NATURA DI LUCREZIO 
   GEOGRAFIA     
ASTRONOMICA: 
UNIVERSO,IPOTESI 
COSMOLOGICHE E 
POSSIBILI EVOLUZIONI. 
 MATEMATICA:   
IL CONCETTO DI       
“LIMITE” IN 
MATEMATICA 
         FISICA: 
FLUSSO DEL CAMPO 
ELETTRICO  E FLUSSO DEL 
CAMPO MAGNETICO 
         INGLESE: 
THE SEARCH FOR THE INFINITY   
IN THE ENGLISH ROMANTICISM. 
WORDSWORTH AND COLERIDGE ITALIANO 

LA RICERCA DELL’INFINITO IN LEOPARDI E 
L’INFINITO COME ASSOLUTO IN UNGARETTI E MONTALE 

  LA RICERCA DELL’INFINITO IN LEOPARDI 
La realtà vissuta per Leopardi, è infelicità e noia, perché offre solo piaceri finiti e perciò deludenti. 
Uno dei punti centrali della poetica leopardiana è costituito dall’idea di "infinito"; con esso 
s’intende tutto ciò che è illimitato, dunque una dimensione radicalmente opposta a quella umana, 
caratterizzata proprio da un'insuperabile finitezza. L’infinito allora coincide con la tensione che 
l’uomo ha in sé verso la felicità: egli infatti ricerca il piacere in un numero sempre crescente di 
sensazioni, nella speranza vana della sua completezza. La natura, però, pone dei limiti al 
raggiungimento di tale stato, e così interviene l’immaginazione, che ha come attività principale la 
raffigurazione del piacere. Essa costituisce la compensazione alla realtà, ciò che costruisce una 
realtà parallela in cui tutto è vago e indefinito. Si viene a creare in Leopardi una “teoria della 
visione” caratterizzata del fatto che la vista è impedita da un ostacolo, una siepe, una finestra, 
quindi in luogo della vista lavora l’immaginazione e, il fantastico occupa il posto del reale. Sul 
piano delle immagini, l’idea dell’infinito orienta la poesia leopardiana verso la visione degli spazi 
celesti, di astri e mondi in esso presenti. Ma essa esercita una considerevole influenza anche sul 
piano stilistico, inducendo ad un uso massiccio di quei termini "vaghi" e "indefiniti" a cui Leopardi 
attestava la particolare poeticità; quanto più 
larga e tendenzialmente illimitata è infatti la 
visione, tanto meno precise e determinate 
devono essere le parole impiegate per 
esprimerla. Va però detto che al cospetto 
dell’infinito l’uomo è costretto anche a 
prendere amara coscienza della propria 
inadeguatezza; creatura finita per eccellenza, 
egli potrà, infatti, solo intuire, ma mai 
compiutamente razionalizzare ed esprimere 
l’illimitatezza di ciò che è infinito. Alla sua 
portata è al più l’ "indefinito", ovvero una 
pallida controfigura umana di quell’infinità 
sempre sfuggente. Ciò spiega perché anche in 
questo caso il poeta prova quel misto di 
piacere e angoscia così caratteristico del suo 
rapporto col mondo. 
L’infinito   viene   composto   da   Leopardi   a 
Recanati  nel  1819  e  pubblicato  per  la  prima 
volta  nel  periodico  “nuovo  Ricoglitore”,  nel 
1825, infine pubblicato nei “Canti” nel 1831.  
L’infinito (1819) 
 Sempre caro mi fu quest’ermo colle, 
E questa siepe, che da tanta parte 
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 
Ma sedendo e mirando, interminati 
spazi di là da quella, e sovrumani 
silenzi, e profondissima quiete 
io nel pensier mi fingo, ove per poco 
il cor non si spaura. E come il vento 
odo stormir tra queste piante, io quello 
infinito silenzio a questa voce 
vo comparando: e mi sovvien l’eterno, 
e le morte stagioni, e la presente 
e viva, e il suon di lei. Così tra questa 
immensità s’annega il pensier mio; 
e il naufragar m’è dolce in questo mare. 

La struttura del componimento presenta una costruzione basata soprattutto sul gioco della 
simmetria. Le due parti in cui è diviso l’idillio, entrambe di sette versi e mezzo, esordiscono con 
una sensazione da cui scaturisce l’immaginazione, seguita poi da un moto dell’animo: così, alla 
vista della siepe si oppone il rumore del vento, allo smarrimento si ha la dolcezza del naufragio.  
La lirica si sviluppa in due fasi che nascono entrambe da una sensazione, visiva la prima e, uditiva 
la seconda. I primi tre versi del canto echeggiano la serenità e la dolcezza che sono generate da 
elementi cari al poeta (“sempre caro mi fu…”)e soprattutto vicini a lui ( “quest’ermo colle e questa 
siepe”). Nel primo momento l’avvio è dato da una sensazione visiva, cioè dall’impossibilità della 
visione: la siepe che chiude lo sguardo impedendogli di spingersi fino all’estremo orizzonte è un 
elemento del mondo fisico, ma anche la linea di demarcazione tra questo e l’infinito. Infatti è 
proprio questo ostacolo visivo a far entrare il gioco il “fantastico” l’immaginazione che, superato il 
limite materiale, costituisce l’idea di un infinito spaziale, cioè di spazi senza limiti, immersi in 
“sovrumani silenzi” e in una “profondissima quiete”. “Sedendo e mirando”, rallentano il ritmo che 
diventa poi incalzante, con la serie di congiunzioni ed aggettivi (“ interminati spazi… e sovrumani 
silenzi, e profondissima quiete…”), che esprimono progressivamente una serie di pulsioni vitali , 
culminanti nella liberazione e dissoluzione del proprio io negli “interminati spazi”. Il poeta 
però non si abbandona alle pulsioni, ma riconduce subito queste sensazioni nel suo io che le 
controlla con la serenità della ragione (“io nel pensier mi fingo”). Lo sguardo fisico e lo sguardo 
dell’immaginazione sono unificati nel pensiero, che è il luogo dove la finzione diventa discorso, 
dove la rappresentazione ha come solo destinatario il soggetto, che è richiamato con forza 
(io…mi), presagendo quasi il suo smarrimento. 
Tra i due momenti c’è anche un passaggio psicologico: l’io lirico, di fronte alle immagini interiori 
dell’infinito spaziale, prova con un senso di sgomento, ma nel secondo momento l’io si “annega” 
nell’ ”immensità” dell’infinito immaginato, sia spaziale che temporale, sino a perdere la sua 
identità; questa sensazione di “naufragio” dell’io testimonia tutta la dolcezza di perdersi in un 
mare senza confini.  
 Il poeta richiamato alla finitezza del reale dal 
vento tra le piante, questa volta si perde in 
una immaginazione che prende l’avvio da 
questa sensazione uditiva, arrivando questa 
volta a un infinito temporale, in contrasto con 
le epoche passate ormai svanite, e con l’età 
presente. La voce del vento viene paragonato 
all’infinito silenzio creato dall’immaginazione 
che suscita l’idea del perdersi delle inutili cose 
umane nel silenzio dell’oblio. Questo 
paragone rimanda per associazione al 
contrasto fra l’eternità del tempo e la durata 
delle stagioni passate e di quella presente 
destinata anch’essa a svanire nel nulla. 
L’immaginazione dello spazio e 
l’immaginazione del tempo sono ora unificate 
nella contemplazione del conflitto tra il corpo 
e la morte, tra la stagione e l’eterno, tra il 
piacere della ricordanza e la disperazione di 
non poter fermare questo piacere. Tempo e 
spazio diventano questa / Immensità. La 
parola infinità nella stampa sul Nuovo 
Raccoglitore e nell’edizione bolognese del ’26 
è definitivamente sostituita, dall’edizione 
fiorentina in poi, con immensità. 
Una spiegazione dell’infinito leopardiano si può ritrovare, nella finale metafora del mare, il 
medievale "mar de l’essere", approdo di ogni itinerario della mente. 
Nel naufragar il corpo si abbandona ad una dolcezza che annuncia, nell’assenza del pensiero e 
nello spegnimento dei sensi, la possibilità che pensiero e sensi siano per il piacere. Se il breve 
canto termina con una punta di dolcezza, quindi, ciò avviene solo perché egli rinuncia all’indagine, 
e dove la ragione fallisce il recupero avviene per mezzo dell’abbandono ad uno stato sentimentale 
o meglio di natura mistica religiosa, cioè si crea un’estasi legata alle sensazioni date dall’udito e 
dalla vista, il tutto, appunto, si può notare nella metafora del mare in cui l’ ”io” naufraga, è lo 
stesso Leopardi che, nello Zibaldone, utilizza il termine “estasi” per indicare questi momenti di 
perdizione nelle sensazioni generate dall’infinito. Ma non è ravvisabile nell’idillio nessun accenno a 
una dimensione sovrannaturale, infatti, l’infinito non ha caratteristiche divine spirituali e 
trascendenti, anzi, Leopardi nello Zibaldone, afferma  che questo infinito non è oggettivo come 
dovrebbe essere una divinità, ma soggettivo, creato cioè dall’immaginazione umana, evocato con 
sensazioni fisiche in chiave sensistica che si può notare anche nella riflessione del piacere misto a 
paura provocato dall’immaginazione dell’idea dell’infinito. E’ la religione “negativa” o del “non”, 
molto simile a quella di parecchi teologi medioevali, e tale che giunge solo a indicare ciò che non è, 
ciò che non sappiamo e non sapremo mai. Con questo non si può del tutto escludere una 
componente mistica nella poesia: bisogna però supporre che essa sia radicata negli strati più 
profondi della personalità leopardiana, e che, per arrivare a esprimersi, debba passare attraverso 
le forme culturali acquisite dal poeta, sensistiche e materialistiche, conformandosi ad esse e 
subendo una decisiva trasformazione.  

  
Dallo Zibaldone 
Il piacere dell’indefinito 
Il sentimento che si prova alla vista di una campagna o di qualunque altra cosa v’ispiri idee e 
pensieri vaghi e indefiniti quantunque di lettosissimo, è pur come un diletto che non si può 
afferrare, e può paragonarsi a quello di chi corra dietro a una farfalla bella e dipinta senza poterla 
cogliere: e perciò l’ascia sempre nell’anima un gran desiderio: pur questo è il sommo de’ nostri 
diletti, e tutto quello ch’è determinato e certo è molto più lungi dall’appagarci, di questo che per la 
sua incertezza non ci può mai appagare. 

 La genesi dell’idea di "infinito" 
Niente, infatti, nella natura annunzia l’infinito, l’esistenza di alcuna cosa infinita. L’infinito è un 
parto della nostra immaginazione, della nostra piccolezza a un tempo e della nostra superbia. Noi 
abbiam veduto delle cose inconcepibilmente maggiori delle nostre, dei mondi maggiori del nostro 
sec. Ciò non vuol dire che esse siano grandi, ma che noi siamo minimi a rispetto loro. Or quelle 
grandezze che noi non possiamo concepire, noi le abbiam credute infinite; quello che era 
incomparabilmente maggiore di noi e delle cose nostre che sono minime, noi l’abbiam creduto 
infinito, quasi che al di sopra di noi non vi sia che l’infinito, questo solo non possa essere 
abbracciato dalla nostra concettiva, questo solo possa essere maggiore di noi. Ma l’infinito è un 
idea, un sogno, non una realtà: almeno niuna prova abbiamo noi dell’esistenza di esso, neppure 
per analogia, e possiam dire d’esser a un’infinita distanza dalla cognizione e dalla dimostrazione 
di tale esistenza: si potrebbe anche disputare non poco se l’infinito sia possibile, e se questa idea, 
figlia della nostra immaginazione, non sia contraddittoria in se stessa, cioè falsa in metafisica. 
Certo secondo le leggi dell’esistenza che noi possiamo conoscere, cioè quelle dedotte dalle cose 
esistenti che noi conosciamo, o sappiamo che realmente esistono, l’infinito cioè una cosa senza 
limiti, non può esistere, non sarebbe cosa, ecc. […] 

Riflessioni sul testo 
La differenza considerevole d’impostazione esistente tra l’ultimo brano e quelli che lo precedono 
riconduce alla "svolta" avvenuta nel pensiero leopardiano durante la stesura delle "Operette 
morali" (1824), comunemente definita come un passaggio da un "pessimismo storico" a un 
"pessimismo cosmico". Mentre, infatti, nei brani fino al 1821 l’accento era posto soprattutto sulle 
valenze estetiche dell’idea di infinito, attraverso le immagini "indefinite" che ad esse si ricollegano, 
in quello del 1826 tale aspetto scompare del tutto, per lasciare il posto a un approccio 
freddamente teoretico, teso a cogliere l’inconsistenza filosofica del concetto d’Infinito, identificato 
ora con la negazione radicale dell’Essere, cioè il Nulla. Ciò coincide con l’approfondirsi di un 
nichilismo nel quale la natura appare malvagia e indifferente alle disgrazie umane; e di un eroismo 
della poesia che si fa portavoce di questo "arido vero". Solo dalla coraggiosa consapevolezza della 
negatività della natura e del cosmo intero poteva inoltre nascere, per l’ultimo Leopardi, una 
solidarietà davvero universale tra gli uomini nel segno dell’accettazione del proprio comune 
destino.  
  
L'INFINITO IN UNGARETTI 
La poesia è per Ungaretti essenzialmente parola tesa a riprodurre il miracolo di una riconciliazione 
tra l'uomo e l'assoluto, ha un significato magico ed esotico ed è capace di arrivare al limite 
estremo dell’inconoscibile. Il poeta assume dunque su di sé il compito di offrire una testimonianza 
preziosa della verità. Rappresenta una sorta di “sacerdote” della parola, un essere privilegiato che 
sa cogliere i nessi segreti delle cose. Il poeta, dunque, è per Ungaretti colui che viene innalzato a 
un intimo contatto con l'assoluto e, scavando dentro 
di sé, porta alla luce una verità universale, che offre 
alla comunità degli uomini come contributo alla 
generale tensione dell'umanità verso il vero. Ma 
l'assoluto cui l'uomo tende è per definizione indicibile 
e inesprimibile, in quanto trascende la capacità 
umana di espressione; quindi questo mistero che è la 
vita, può soltanto essere “illuminato” a tratti grazie 
alla forza intuitiva di cui si carica la parola poetica, il 
che significa che questo assoluto non può essere 
compiutamente descritto, ma solo richiamato 
allusivamente attraverso gli artifici dei simbolo, della 
metafora, dell'analogia. La parola essenziale risponde 
a questa esigenza di dare voce al mistero dell'assoluto 
celato in ogni uomo, essa assume il valore di 
un’improvvisa e folgorante “illuminazione” in cui, per 
un attimo la poesia riesce a raggiungere la totalità e la 
pienezza dell’essere.  
In questo senso, Mattina, scritta nel 1917 confluito all’interno della raccolta “l’Allegria” del 1919 
apre lo sguardo all'infinito: 

M'illumino 
d'immenso 

Nelle pubblicazioni precedenti l’opera aveva il titolo di “Cielo e Mare” e, proprio questo titolo 
aiuta nel capire il significato del testo; infatti, la mattina enunciata nel titolo definitivo va 
immaginata su una spiaggia, in riva al mare, qui il poeta si “illumina” perché assiste al sorgere del 
sole la cui luce si riflette sul mare. L’idea dell’immenso nasce invece dall’impressione che cielo e 
mare, nella luce del mattino, si fondano in un’unica infinita chiarità. Straordinaria per concisione, 
essenzialità, potenza evocativa ed espressiva, questa brevissima lirica è composta da due soli versi. 
E’ costruita su un'unica sinestesia analogica, che mette in connessione due campi diversi della 
percezione, l'uno sensibile, che coinvolge la vista e il tatto, perché  la luce è anche calore; e 
l'olfatto, perché è apertura all'aria fresca dei mattino; e l'udito, perché l'immensità è eco e 
silenzio. L'altro tutto interiore, in quanto l'immensità è il luogo dello spirito in cui si acquietano 
tutti i desideri di infinito e di eterno dell'uomo. L’analogia pone quindi in stretta relazione il finito, 
rappresentato dal poeta nella sua pochezza d'uomo, e l'infinito, rappresentato dall'immensità in 
cui terra, cielo e mare si fondono e confondono. Riguardo al soggetto di quest’opera i critici hanno 
dato risposte diverse, infatti, per alcuni il soggetto è “io” cioè Ungaretti stesso che con la luce 
chiara della mattina si anima di speranza per il nuovo giorno. Altri invece indicano come soggetto 
la mattina stessa personificata per cui è l’inizio del giorno che si riempie dopo la notte buia, di 
immensa luce. L'INFINITO IN MONTALE 
La filosofia del contingente, che negava l'esistenza di qualunque 
ordine predeterminato dei fenomeni di natura per cui ogni 
fenomeno ha un carattere proprio, imprevedibile, influenzò 
profondamente Montale. 
 "Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro eppure sentivo di 
essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena 
mi separava dal quid definitivo. L'espressione assoluta sarebbe stata 
la rottura di quel velo, di quel filo: una esplosione, la fine 
dell'inganno del mondo come rappresentazione". 
Montale ha l'impressione di essere vicino all'essenziale, intuisce che 
l'assoluto è vicino ma si scontra con l'inevitabile inganno delle parole. Il compito della poesia è 
allora quello di tendere all'assoluto, ma essa poi non può che darci la visione "negativa" del 
mondo. Mentre Ungaretti privava il verso degli elementi superflui, arrivando alla parola pura che 
pretende di cogliere l’Assoluto, In Montale non troviamo la ricerca della parola essenziale, ricca di 
suggestione musicale, illuminata e consolatrice, perché tra l’uomo e l’Assoluto c’è la realtà 
contingente e ineliminabile delle cose dalla quale non si possono ricavare risposte definitive. 
Quella dell’uomo è, per Montale, una condizione difficile che non permette illusioni. Attraverso gli 
oggetti descritti nella sua poesia l’autore identifica la condizione dell’uomo, che risulta estraneo 
sia alla realtà che all’Assoluto. Infatti l’uomo moderno non riesce a capire né l’una né l’altra cosa: 
tutto ciò porta ad una paralisi conoscitiva e l’uomo rimane sbalordito di fronte ad una realtà che 
non riesce a conoscere a fondo. È per quello che alcuni critici distinguono sempre Montale da 
Ungaretti e Quasimodo, i quali col tempo resero la loro poesia più aperta e colloquiale, facendone 
un raffinato mezzo di persuasione. La poetica di Montale è quindi definita “del correlativo 
oggettivo”: ogni oggetto è emblema di una condizione esistenziale. Montale usa quindi l’allegoria 
e non la via dell’analogia, in quanto lo scopo della parola secondo l’autore non è quello di alludere 
a qualcosa di misterioso e più profondo ma deve indicare con precisione ciò che esprime. La 
poesia di Montale, quindi,è tutta immersa nella realtà, contrariamente a Ungaretti, Montale non 
cerca una speranza trascendente, non cerca Dio. In Ungaretti assistiamo ad uno svolgimento che 
trasforma il poeta da “uomo di pena” in uomo di fede, Montale rimane sempre solo e soltanto 
uomo di pena, sia pure privo di viltà. La sua poesia è, poi, più contemplativa che attiva. Da questa 
visione prende le mosse il tipico tono di Ossi di seppia. Nei Limoni, l’opera contenuta nella raccolta 
Ossi di Seppia, il centro ideologico risulta concentrato nella terza strofa: 
  
Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine 
a tradire il loro ultimo segreto, 
talora ci si aspetta 
di scoprire uno sbaglio di Natura, 
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, 
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta 
nel mezzo di una verità. 
  
Qui diventa esplicito un tono sentenzioso, proprio di chi comunica o, come chi cerca una verità. Le 
metafore il punto morto, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare si accumulano nel tentativo 
di suggerire un concetto complesso: l'essenza delle cose non è forse lontana, ma intenderla e 
possederla è impresa molto difficile.  FILOSOFIA 
FINITO – INFINITO NELLA FILOSOFIA DI FICHTE 

Con il Romanticismo si crea un nuovo concetto di ragione in contrasto con quella dell’Illuminismo. 
Infatti nell’Illuminismo la ragione veniva concepita come una forza umana finita che contribuiva al 
progresso graduale del mondo, mentre nel Romanticismo la ragione è vista come una forza infinita 
che si identifica con la realtà spirituale del mondo. Questa realtà è identificata con la coscienza o 
con l’assoluto. Il finito non è che un momento apparente e transitorio destinato a risolversi 
nell’infinito. Questo concetto viene maggiormente spiegato da Hegel mediante il processo 
speculativo dell’idealismo e l’affermazione che “il finito è ideale, l’infinito è reale”. In molti 
scrittori del tempo la spinta verso l’infinito, cioè la tensione ad andare oltre i limiti dell’esperienza, 
si presenta come uno slancio mistico in cui viene scelta la fede e la vita religiosa; oppure 
attraverso l’aspirazione destinata a restare inappagata; o,infine, come proiezione immaginativa 
nell’infinito. 

  FICHTE 
Fichte sposta il baricentro del Kantismo dalla filosofia 
teoretica alla filosofia pratica individuando 
nell’attività dell’Io il principio unitario su cui creare il 
nuovo sistema. L’idea di Fichte consiste nel collegare 
la nozione di “Io penso” della prima critica kantiana 
con quella della libertà della seconda critica 
trasformando l’Io penso in Io puro. La superiorità 
dell’Io nei riguardi di tutte le sue determinazioni 
oggettive è fondata sulla libertà. A partire da questa 
prima certezza è possibile dedurre l’attività teoretica 
e l’attività pratica da un principio unico di natura 
soggettiva. Fichte giustifica il proprio idealismo nella 
Dottrina della scienza. Qui espone tre principi che 
forniscono il sistema della filosofia di un fondamento 
logico certo. Questi sono intuiti direttamente dalla 
ragione ma corrispondono anche ai tradizionali 
principi della logica formale. 
 Il primo principio, dove l’Io pone se stesso, intende 
giustificare il concetto kantiano della spontaneità del conoscere mediante l’intuizione dell’Io puro 
o trascendentale. Si tratta di un principio incondizionato, ma di un’intuizione razionale che ci pone 
di fronte alla soggettività dell’Io come alla formalità stessa del pensiero.  
Il secondo principio, secondo il cui l’Io oppone a sé un non-io, intende giustificare il concetto 
Kantiano della ricettività del conoscere cioè l’atto di conoscere dipende da un contenuto estraneo 
alle sue forme trascendentali pure. Secondo Fichte anche la materia del conoscere è posta dall’Io, 
ma in forma di negazione. L’opporsi del non-io(oggetto) all’Io(soggetto) rappresenta lo stesso atto 
dell’Io che pone se stesso assolutamente, ma in questo caso considerato nell’aspetto materiale. 
Ponendo se stesso l’Io deve potersi cogliere come oggetto altrimenti sarebbe un pensiero vuoto. 
Se l’Io non si opporrebbe a ciò che non è in se stesso neanche il soggetto potrebbe opporsi.  Il terzo principio fornisce la sintesi concreta di spontaneità e ricettività, forma e materia del 
conoscere. Il terzo principio, secondo cui l’Io oppone in sé a un’Io divisibile a un non-io divisibile, 
stabilisce il limite fenomenico entro il quale si possono svolgere l’attività teoretica e l’attività 
pratica del soggetto, come io finito. Infatti l’Io del primo principio e il non-io del secondo erano 
due infiniti, o assoluti inconciliati. Nel terzo principio essi trovano una sintesi nel carattere infinito 
dell’attività mediante cui la coscienza singola (io divisibile) si confronta con gli oggetti 
dell’esperienza(non-io divisibile) facendosi determinare dalla conoscenza oppure determinandola 
e modificandola. Essendo che sia l’Io del primo principio che il non-io del secondo vengono 
entrambi creati all’interno dell’Io il passaggio al terzo principio può essere  concepito come una 
divisione che accade all’interno dell’Io stesso e questo giustifica l’origine della coscienza finita. 
Questi tre principi vengono fatti corrispondere ai tre principi fondamentali della logica formale: 
identità, non contraddizione e ragione sufficiente. 
Fichte distingue due forme di attività dell’Io: una riflessa e consapevole, l’altra irriflessa e 
inconscia. Questa distinzione corrisponde a quella tra il pensare filosofico e il pensare comune. A 
mediare tra i due piani è l’immaginazione, dedotto da Kant. Fiche la trasforma in una funzione 
trascendentale dell’Io. L’atto di pensiero con cui l’Io pone la materia del conoscere è un’attività 
inconscia nascosta dalla consapevolezza del pensare comune. Solo l’atto di riflessione del filosofo 
è in grado di risolvere l’apparente contraddizione e dimostrare che l’Io opposto al non-io e il non-
io opposto all’Io sono entrambi posti nell’Io e dall’Io. Nell’attività pratica il non-io non figura più 
come un opposto nel senso estraneo, ma nel senso di opposto necessario indispensabile al 
soggetto. Il non-io diventa l’ostacolo superato dove la volontà morale diventa consapevole di se 
stessa. Senza opposizione non ci sarebbe autentica vita morale. Per kant il riconoscimento della 
legge morale rappresenta l’unica via per l’uomo di accertarsi della propria libertà. Per Fichte, nello 
sforzo per essere morali, la coscienza comune si eleva all’autoconsapevolezza dell’Io come libertà.  
Un punto fondamentale della filosofia di Fichte è il suo moralismo. Per poter agire in modo morale 
l’Io deve prima porre inconsciamente il non-io per poterlo riconoscere come un oggetto degno del 
suo sforzo morale. L’attività teoretica fa entrare il soggetto in profondità nella realtà. L’attività 
pratica gli fa superare la resistenza delle cose, come se fossero ostacoli che danno all’Io la certezza 
della propria autonomia e della sua libertà. Dalla fusione di questi due punti di crea l’idealismo e la 
sua connotazione etica. Questo si fonda sul primato dell’attività pratica ed è un modo di 
conoscere. Dal primato della ragion pratica discende un moralismo che può essere considerato 
come attivismo. Qui la morale Fichtiana corregge la visione Kantiana. Mentre per Kant il valore 
morale dell’azione dipende dall’accordo della massima con la legge morale oggettiva, Fichte vuole 
conferire alla libertà un carattere positivo. Egli la definisce come impulso che discende dalla natura 
spirituale dell’Io, che si traduce immediatamente nell’azione, avvertita dalla coscienza come un 
imperativo. Sotto questa visione il male radicale, quindi, rappresenta l’inerzia morale, 
l’indifferenza o l’indecisione ad agire. L’umanità nel suo complesso e nella sua instancabile 
aspirazione a una perfezione morale totale, attua in sé il valore morale assoluto che la fede 
religiosa conferisce a Dio. Il dotto, ossia l’uomo spiritualmente colto, ha una missione  particolare 
fra gli uomini. Esso deve migliorare moralmente se stesso, ma anche contribuire al 
perfezionamento e al progresso etico e civile della società e dell’umanità. Tutti questi ideali 
umanitari causarono a Fichte l’accusa di ateismo per aver limitato la distinzione assoluta tra un 
bene trascendente e uno immanente. 
                                                                        LATINO 

                   GIOIA DIVINA E SENSO DI SMARRIMENTO DIFRONTE 
                 AL COSMO INFINITO NEL DE RERUM NATURA DI LUCREZIO 

Gli antichi, in genere, rifuggivano dall'idea di infinito, considerandolo sinonimo di imperfezione 
(l'infinito può, per definizione, contenere tutto, anche imperfezioni, impurità, contraddizioni di 
ogni sorta, mentre la finitezza, il limite rendono possibili e favoriscono l'equilibrio, la simmetria, 
l'armonia). Fa eccezione Lucrezio. 
L’idea di Lucrezio sull’universo era basata su due cardini fondamentali: l’infinità dello spazio e 
l’infinità della materia. La convinzione di Lucrezio di queste affermazioni deriva dalla 
considerazione che se lo spazio non fosse infinito, dopo tanti secoli, la vita sarebbe scomparsa, e 
che l’infinità della materia deriva dalla necessità che il numero degli atomi primordiali, che sono 
eterni, non sia limitato. 

“Ora poiché per certo già in mente t’ho messo che eterni 
atomi nello spazio volteggian perenni, compatti, d’invisibile 
corpo, 
che volger di tempi non spegne, a definir m’accingo 
se un termine al numero d’essi debba, o meno, assegnarsi; 
del pari di quel che si disse vuoto od inane o spazio, nel 
quale si muovono i corpi, 
scruteremo se tutto in luogo concluso si serri, 
o in desolati s’apra abissi infiniti profondi. 
Tutto l’essere adunque, dovunque ti volga, s’estende 
infinito: 
altrimenti dovresti assegnargli un estremo. 
Ma imaginar l’estremo possibil non è, se non oltre 
cosa vi sia che chiuda: un limite certo, che il senso 
a sorpassar non valga, per quanto vi drizzi l’acume.” 
Per rendere chiara l’idea di infinità, Lucrezio fa l’esempio 
della freccia che, anche se lanciata dagli estremi confini 
dell’universo, deve sempre andare più in là, non potendosi concepire che venga fermata o rimbalzi 
indietro per la presenza di nuovi corpi. Lucrezio esprime anche il concetto che non vi sono punti 
preferenziali nell’universo e che, per la sua infinità, non ha significato di parlare di centro, 
confutando così la dottrina degli stoici. L’affermazione e la dimostrazione dell’infinità dell’universo 
viene affrontata da Lucrezio nel De Rerum Natura. 
 Il De rerum Natura è la compiuta trattazione in versi dell'epicureismo. I primi due libri, i più 
significativi per il tema dell’infinito, trattano la descrizione fisica del mondo: la materia e il vuoto si 
inseriscono qui in un vasto spazio cosmico, in cui si avvicendano i movimenti e le combinazioni 
degli atomi. Nei restanti libri, invece, la dottrina fisica viene estesa al fenomeni del mondo umano, 
con particolare riferimento alla concezione dell'anima, e poi alla cosmologia. Comprende 6 libri, i 
primi due riguardanti la fisica, il terzo e quarto dell’antropologia e infine il quinto e sesto della 
cosmologia; secondo alcuni studiosi, è rimasto incompiuto: difatti manca la trattazione sulla 
sostanza degli dei e delle loro dimore, preannunciate dal poeta stesso. L’opera si rifà al “Perì physeos” di Epicuro. Uno degli argomenti trattati da Lucrezio nell’opera è la 
Cosmologia, nel quale il poeta ritiene che l’universo è infinito, perché non può avere un estremità; 
infatti un’estremità indicherebbe la presenza di qualcosa di al di là di esso che lo delimiti, ma 
questo non può essere. Dovunque ci si collochi, l’universo è ugualmente infinito. Il primo libro 
dell’opera presenta la dottrina degli atomi, le particelle elementari di cui è composta tutta la 
realtà: il poeta spiega come questi ultimi, invisibili e indistruttibili, si aggreghino tra loro andando a 
formare, mediante molteplici combinazioni, i corpi, per poi disgregarsi provocando la dissoluzione 
dei corpi stessi e riaggregandosi quindi in altri corpi. Dunque nulla si crea e nulla si distrugge, e non 
esiste alcuna realtà al di fuori della materia costituita dagli atomi: materia eterna in quanto gli 
atomi sono indistruttibili. Anche il secondo libro dell’opera ha come oggetto della trattazione il 
movimento e le combinazioni degli atomi rese possibili dal clinamèn, cioè la deviazione che 
interviene a modificare le traiettorie verticali secondo cui gli atomi si muovono nel vuoto. 
Nell’ultima parte di questo libro si ha il secondo argomento a riprova dell'infinità dell'universo: è il 
fatto che, se esso fosse finito e racchiuso, tutta la materia andrebbe a concentrarsi in basso, sotto 
il suo peso, lasciando vuoto lo spazio restante. Ma se la materia si accumulasse per il suo peso in 
un unico punto dell'universo, non vi sarebbe più movimento dei suoi atomi nello spazio, e quindi 
non vi sarebbero più aggregazioni o disgregazioni di atomi cosicché non esisterebbero più i 
processi di vita e di morte. Conseguenza dell'infinità dell'universo è il fatto che esistano 
innumerevoli altri mondi formati, come il nostro, dall'aggregazione casuale degli atomi che si 
muovono turbinosamente nello spazio infinito, quindi Lucrezio passa a dimostrare che i mondi si 
formano, crescono ed evolvono gradualmente finché, giunti al vertice del loro sviluppo, 
cominciano a declinare e decadono fino a perire.  
Perciò similmente bisogna si ammetta che 
 il cielo, la terra, il sole, la luna, il mare, e tutte le altre sostanze non esistono sole, 
 ma piuttosto in numero immenso; 
  
Lucrezio segue nell'opera la dottrina del maestro Epicuro, che a sua volta aveva ripreso, 
elaborandole, le teorie dei fisici materialisti Democrito di Abdera e Leucippo di Mileto. Epicuro 
affermava: 
“E ancora. l'universo è infinito. Infatti ciò che è finito ha una estremità, e tale estremità è tale 
rispetto a qualcos'altro; perciò non avendo alcun limite estremo non ha fine; non avendo fine deve 
essere infinito e non limitato. Per di più, il tutto è infinito per la moltitudine dei corpi e per 
l'estensione del vuoto. Infatti se infinito fosse il vuoto e limitati i corpi, questi non potrebbero 
persistere in nessun luogo ma sarebbero tratti qua e là, dispersi per l'infinito vuoto, perché non 
sostenuti da altri, né imballati indietro dagli urti. E se invece fosse infinito il vuoto i corpi infiniti 
non potrebbero esservi contenuti.” 
Il bersaglio polemico di questa visione dell'universo è Aristotele di Stagira, che considerava il 
cosmo come una sostanza corporea finita. Ma anche gli stoici sono confutati: per loro infatti 
l'universo era di forma sferica e finito, quantunque circondato dal vuoto infinito. Proprio l'infinità 
dell'universo costituisce una delle più radicali differenze tra la cosmologia epicurea e quella stoica. 
Così parla Sesto Empirico, filosofo scettico del II-III secolo d.C.: 
“Secondo i filosofi della Stoà l'universo e il tutto sono tra loro diversi. Dicono infatti che l'universo 
è il cosmo, mentre il tutto è il vuoto esterno insieme al cosmo, e che per questo l'universo è finito: 
infatti il cosmo è finito, mentre il tutto è infinito, infinito essendo il vuoto che è fuori del cosmo.” 

                                                                                          
                                      GEOGRAFIA ASTRONOMICA  
            UNIVERSO, IPOTESI OSMOLOGICHE E POSSIBILI EVOLUZIONI 

Si potrebbe pensare che il concetto d’infinito sia frutto di una fantasiosa poetica o anche una 
congettura filosofica, ma quando andiamo ad esplorare il mondo della scienza che ogni giorno 
scopre nuove realtà e questa volta con una tecnologia che si va perfezionando sempre più, allora 
veramente lo spirito comprende la sensazione e la scoperta di Leopardi, la sua meraviglia e la sua 
angoscia quando per la 
prima volta la sua mente si 
aprì al pensiero 
dell’eterno. Basta citare 
l’infinito delle galassie per 
ripetere tra noi le parole di 
Leopardi: “il naufragar mè 
dolce in questo mare”.  
Nell’antichità si pensava 
che la Terra si trovasse al 
centro dell’universo e che 
avesse natura diversa dagli 
altri corpi celesti, che 
venivano considerati 
eterni e immutabili. Oggi 
sappiamo che l’Universo 
ha avuto un inizio e si 
modifica non solo nella 
composizione, ma anche nelle dimensioni. Inizialmente, con le scoperte di Olbers, famoso medico 
astronomo tedesco, si arrivò  a quel paradosso che fu risolto solo in seguito, e che diede l’avvio ad 
esami più concreti della volta celeste. Egli partì dall’idea che l’universo fosse infinito e che le stelle 
fossero distribuite a caso nello spazio. Invece l’universo è infinito perché in continua espansione. 
L’uso dei telescopi sempre più perfezionati ha portato a riconoscimenti di un enorme agglomerato 
di stelle, la Galassia o Via Lattea, al centro della quale all’inizio del secolo scorso l’astronomo 
Herschel poneva ancora il Sole. Solo dopo il 1920, quando entrò in funzione il telescopio del monte 
Wilson, fu possibile riconoscere che il Sole non era che una delle tante stelle poste sul bordo della 
nostra Galassia, e dopo che nel 1924 Hubble dimostrò in modo definitivo l’esistenza di tante altre 
galassie al di fuori della Via Lattea, la nostra concezione dell’universo è cambiata radicalmente. 
Quindi nel secolo scorso, la scoperta dell’espansione dell’Universo fu una vera rivoluzione in 
quanto andava in contrasto con l’idea dell’universo statico e immutabile dominante fino i primi 
anni del XX secolo. Per spiegare il moto di recessione delle galassie è necessario ammettere che 
l’Universo muti nel corso del tempo e che abbia avuto un inizio. Se infatti immaginiamo di 
percorrere a ritroso il “cammino” delle galassie nel tempo arriveremo a un istante in cui tutte le 
galassie erano vicine l’una all’altra e compresse in uno spazio ridottissimo; in quel momento 
l’Universo doveva avere una densità infinita e caratteristiche del tutto diverse dalle attuali. 
Utilizzando la costante di Hubble e presupponendo che la velocità del moto di recessione sia 
rimasta invariata è possibile stabilire approssimativamente quando ebbe inizio l’espansione 
dell’universo.  L’età stimata dell’Universo è di 15-20 miliardi di anni e dal momento della sua origine l’universo è 
in uno stato dinamico e subisce mutamenti profondi. L’origine e l’evoluzione dell’universo sono 
oggetto di studio della cosmologia. Per spiegare l’origine dell’universo nel secolo scorso sono state 
formulate due ipotesi cosmologiche fondamentali l’ipotesi dello stato stazionario e l’ipotesi del 
big bang in base alla quale sono stati elaborati due modelli della struttura dell’universo.  
   Secondo il modello dello stato stazionario l’Universo è uniforme nello spazio e nel tempo, 
non ha un inizio preciso e non cambia nel tempo; per spiegare in questo caso il fenomeno 
della recessione gli autori di questa teoria sostengono che nell’Universo si crei lentamente 
e continuamente nuova materia.  
   Secondo il modello del Big Bang l’Universo è nato in seguito a un’esplosione a partire da 
una singolarità, cioè uno stato iniziale di densità e temperatura infinite. L’esplosione 
primordiale avrebbe generato la materia che costituisce l’Universo, lo spazio, il tempo e le 
quattro forze fondamentali: forza gravitazionale, elettromagnetica, di interazione nucleare 
forte, di interazione nucleare debole. Dall’esplosione avrebbe preso l’avvio l’espansione che 
dura tutt’oggi.  
Esistono prove a favore della teoria del Big 
Bang tanto che la maggioranza degli 
astrofisici accetta oggi questa teoria 
cosmologica. Il modello che i cosmologi 
utilizzano come riferimento per descrivere 
le modalità di creazione della materia e le 
fasi dell’espansione conseguenti al big bang 
e detto modello standard secondo cui il 
momento in cui si è originato l’Universo è 
detto tempo zero e dovrebbe riferirsi a     
15-20 miliardi di anni fa. I cosmologi sono 
riusciti a ricostruire in modo attendibile per 
via teorica la storia dell’universo a partire 
da   s dopo il tempo zero. Invece, 
attualmente, è impossibile sapere cosa sia 
accaduto nell’intervallo di tempo tra 0 e   s, denominato era di Plank perché l’Universo era 
una singolarità. Successivamente all’era di Plank l’Universo iniziò a espandersi, a velocità 
elevatissima e in un tempo brevissimo iniziarono a formarsi le prime particelle della materia più 
semplici, mentre la densità e la temperatura diminuivano vertiginosamente.  
Nei tre minuti successivi al big bang la temperatura era scesa a circa 1 miliardo di kelvin: iniziarono 
le prime reazioni di fusione nucleare tra protoni. Si formarono così nuclei atomici di deuterio 
(isotopo stabile dell’idrogeno il cui nucleo è composto da un protone e da un neutrone), di elio e 
piccole percentuali di elementi più pesanti. 
Quattro minuti dopo il big bang l’Universo divenne troppo freddo per innescare nuove reazioni di 
fusione nucleare e la sua composizione non poté modificarsi ulteriormente. A questi livelli la 
temperatura nell’universo era ancora eccessivamente alta per permettere la formazione di atomi 
veri e propri.  
Nei 300.000 anni successivi proseguì l’espansione: la temperatura si ridusse fino a 3000 kelvin 
tanto da permettere la formazione di atomi per aggregazione di nuclei ed elettroni. Con il passare 
del tempo la temperatura diminuì ulteriormente, si verificarono nuove forme di aggregazione 
creandosi composti più complessi. Cominciarono a formarsi nebulose di gas e, 2-3 milioni di anni 
dopo l’origine dell’universo, in esse si avviarono i processi di condensazione che portarono alla 
formazione delle prime proto galassie.  Attualmente le prove a sostegno del big bang sono tre. 
1.  Il moto di recessione delle galassie, cioè il movimento di allontanamento delle altre galassie 
dalla nostra; 
2.  L’analisi delle percentuali di idrogeno e di elio nell’Universo attuale. Queste percentuali 
non sarebbero facilmente giustificabili senza la teoria del big bang; 
3.  La terza prova, e la più convincente, è l’esistenza della radiazione cosmica di fondo. Questa 
fu scoperta nel 1964 da Penzias e Wilson, due radioastronomi. Questi eseguivano ricerche 
finalizzate a misurare l’intensità delle onde radio emesse dalla nostra galassia, per eliminare i 
“rumori di fondo” che potevano impedire una corretta analisi dei nostri segnali radio. A 
questo scopo avevano modificato una radio antenna destinata a raccogliere segnali da radio 
satelliti. Con questo strumento nella primavera del 1964 captarono un rumore radio 
persistente. I due studiosi inizialmente pensarono che il rumore fosse dovuto a difetti 
dell’apparecchiatura utilizzata, ma si accorsero poi che il rumore veniva uniformante da 
tutte le direzioni del cielo, costante anche dopo tutti i tentativi di correzione dello 
strumento. Penzias e Wilson 
allora si misero in contatto con 
degli astrofisici che attraverso 
studi teorici avevano avanzato 
l’ipotesi che una radiazione 
fossile, residua del big bang, si 
trovasse ancora nell’Universo. 
Misurazioni successive 
mediante il satellite COBE 
lanciato dalla NASA nel 1990 
dimostrarono che la radiazione 
scoperta da Penzias e Wilson 
aveva caratteristiche 
corrispondenti a quelle 
previste per la radiazione 
fossile del big bang.  

Attualmente l’Universo si sta espandendo. Gli astrofisici ritengono che il parametro da 
determinare per capire quale sarà l’evoluzione dell’Universo sia la densità, in quanto questa 
dipende dalla quantità di materia presente e, questa a sua volta determina l’intensità della forza di 
attrazione gravitazionale. L’attrazione gravitazionale tra le galassie è importante perché 
rappresenta l’unico fattore che può impedire l’espansione delle galassie in quanto agisce tra le 
galassie rallentandone l’allontanamento e riducendone la velocità di espansione.  
Dal punto di vista teorico gli sviluppi dell’universo potrebbero essere tre: 1.  Se la densità dell’universo è sufficiente per generare una forza gravitazionale in grado di 
fermare l’espansione, l’Universo cesserà di espandersi e ricadrà su se stesso contraendosi. 
In questo caso il collasso che si andrebbe a creare prende il nome di big crunch. Un 
Universo che si espande per poi 
contrarsi è un universo chiuso 
nessun modello è in grado di 
prevedere cosa potrebbe 
succedere dopo il collasso. 
Secondo alcuni si ripeterà il big 
bang e l’Universo continuerà ad 
alternare espansione e collasso in 
modo ciclico. 
2.  Se la densità del’Universo 
è troppo piccola e non genera 
una forza gravitazionale 
sufficiente per impedire 
all’espansione di durare per 
sempre le galassie si 
allontaneranno sempre di più e le 
stelle col passare del tempo si 
esauriranno fino a spegnersi. In 
questo caso l’Universo sarà 
definito Universo aperto, questo 
diventerà sempre più freddo, oscuro e vuoto.  
3.  Se la forza gravitazionale non sarà sufficiente per causare una contrazione, ma riuscirà a 
contrastare l’espansione tanto da rallentarla senza però causare il collasso si avrà un 
Universo piatto.                                                             STORIA 
                                         LA PRIMA GUERRA MONDIALE 

Per circa un secolo dopo il Congresso di Vienna l’Europa conobbe un periodo di sostanziale pace. 
Ma l’equilibrio che caratterizzò i rapporti tra le potenze nell’Ottocento andò rapidamente 
crollando con il nuovo secolo. Dall’estate 1914 all’autunno 1918 l’Europa fu devastata da un 
conflitto di immani dimensioni che si accese per decidere quale nazione, o gruppo di nazioni, 
avrebbe avuto un ruolo dominante nell’Europa e nel mondo. La Grande Guerra fu quindi un 
conflitto per l’egemonia in Europa, un conflitto che si definisce “mondiale” poiché coinvolse anche 
nazioni non europee.  
Le cause 
Le cause dello scoppio della guerra sono molteplici, di fattore economico, politico, diplomatico e 
culturale. Si possono sottolineare tre dati di fondo della situazione internazionale in cui maturò la 
guerra: 
1.  Una condizione permanente di tensione tra due sistemi egemonici organizzati in strette 
alleanze militari; 
2.  L’instabilità di aree regionali o prossime ai confini dei due blocchi; 
3.  Livelli elevatissimi di armamento guidati da strategie e tecnologie militari con una 
affidabilità mai pienamente sperimentata e collocati in una disposizione offensiva.  
L’aumento della conflittualità fra le grandi potenze sul terreno economico e coloniale nasceva dal 
fatto che lo spazio disponibile per l’espansione era stato in gran parte occupato, ma mentre la 
Gran Bretagna e la Francia disponevano di vasti imperi coloniali, la Germania si trovava ad avere 
possedimenti più ridotti e meno vantaggiosi economicamente. Questo squilibrio era in 
opposizione con i nuovi rapporti di forza economici che si erano creati negli ultimi decenni 
dell’Ottocento dove la Germania aveva accresciuto enormemente la propria potenza industriale e 
mercantile minacciando il primato della Gran Bretagna.  
Dal punto di vista politico, l’impero Guglielmino aveva abbandonato la politica di equilibrio 
orientandosi a svolgere una politica di potenza su scala mondiale che implicava l’espansione 
coloniale in Africa e la volontà di costruire un’egemonia tedesca in Europa centrale e orientale. La 
collocazione della Germania al centro dello scenario europeo delineava un contrasto di portata 
mondiale con la Gran Bretagna che nella Germania trovava una sempre più forte concorrenza 
economica e politica: questa minaccia si fece concreta quando i tedeschi arrivarono per la prima 
volta a essere in condizioni di insidiare il primato secolare della marina britannica. D’altra parte la 
Francia coltivava dalla sconfitta del 1870 una forte ostilità verso i tedeschi. Affianco a questo 
contrasto tra Germania, Francia e Gran Bretagna si creò un altro conflitto tra Austria e Russia 
entrambe interessate all’area balcanica e ai territori dell’impero ottomano. Per quanto riguarda 
l’Italia, questa aveva come obiettivi il recupero delle terre “irredente” ancora soggette al dominio 
austriaco, e l’affermazione della propria influenza nell’area adriatica e balcanica. Queste rivalità 
strategiche diedero vita a delle alleanze contrapposte politico-militari, la Triplice Alleanza, formata 
da Austria Germania e Italia, e la Triplice Intesa formata da Gran Bretagna Francia e Russia.   Riguardo al clima ideologico va detto che il consenso all’idea della guerra si andava diffondendo tra 
le popolazioni e anche all’interno della classe operaia. Significativo è il comportamento del 
movimento socialista internazionale che si suddivise sull’atteggiamento da tenere di fronte alla 
guerra. Fino al 1912 la Seconda Internazionale si era schierata a favore della pace, ma allo scoppio 
della guerra la maggior parte dei socialisti si schierò con i rispettivi governi votando a favore dei 
“crediti di guerra”. Influirono su questa decisione il clima di violenza antipacifista, il timore di 
venire emarginati politicamente e di perdere il contatto con la volontà popolare. “Comunità 
d’Agosto” fu battezzato lo spirito di unanimità e di entusiasta concordia nazionale che attraversò 
le popolazioni europee nell’estate del 1914. 
Lo scoppio del conflitto 
   Il terreno sulla quale divampò la guerra fu quello dei Balcani, considerati la vera “polveriera 
d’Europa”. Il 28 giugno 1914 uno studente bosniaco di nazionalità serba appartenente a 
un’associazione nazionalista uccise a Sarajevo l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco 
Ferdinando. Vienna attribuì al governo serbo la responsabilità dell’attentato e il 23 luglio inviò alla 
Serbia un ultimatum. Belgrado accettò l’ultimatum salvo la clausola che prevedeva la 
partecipazione di funzionari austriaci alle indagini sull’attentato. L’Austria allora, intenzionata a 
sfruttare l’occasione per sconfiggere la Serbia, il 28 luglio dichiarò guerra con l’appoggio del Kaiser 
Guglielmo II. Lo zar, protettore della Serbia, ordinò la mobilitazione dell’esercito. In risposta la 
Germania il 1° agosto dichiarò guerra alla Russia provocando la mobilitazione della Francia. Berlino 
dichiarò guerra alla Francia e l’esercito tedesco invase il Belgio: la Gran Bretagna a sua volta entrò 
in guerra contro la Germania. Il Giappone aprì le ostilità contro la Germania mirando ai 
possedimenti tedeschi in Estremo Oriente. L’Italia si mantenne neutrale. L’impero ottomano si 
schierò a fianco della Germania e dell’Austria temendo un attacco della Russia. Su entrambi i fronti 
si pensava a una guerra breve, di pochi mesi o un anno al massimo. Questa previsione si rivelò 
errata: tutti erano convinti che la guerra sarebbe durata poco perché il sistema economico 
mondiale non avrebbe potuto sopportare un’interruzione troppo lunga di scambi internazionali: al 
contrario la guerra mobilitò energie industriali e produttive che resero possibile il suo 
prolungamento. Per la Germania una guerra rapida rappresentava l’unica possibilità di vittoria e, 
questo giustificò una scelta che indignò l’opinione pubblica internazionale: l’invasione del Belgio 
neutrale che consentì ai tedeschi di marciare su Parigi mentre il governo francese abbandonava la 
capitale. Senza esito furono invece le offensive della Francia in Lorena. Ma l’offensiva tedesca 
perse progressivamente slancio soprattutto per l’incapacità tedesca di realizzare dei collegamenti 
tra le linee del fronte e le retrovie: all’inizio del settembre 1914 sul fiume Marna i francesi insieme 
agli inglesi riuscirono a respingere l’attacco nemico.  
Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa. Allo scoppio del conflitto si erano 
delineate due correnti di opinione gli interventisti e i neutralisti. Favorevoli alla guerra 
antiaustriaca erano gli irredentisti e gli interventisti democratici che ricercavano la fine del 
processo risorgimentale; affianco a questi si trovavano i sindacalisti rivoluzionari e i socialisti 
rivoluzionari che vedevano nella guerra un momento i rottura dal quale sarebbe potuto nascere 
un movimento rivoluzionario. Gli intellettuali nazionalisti esaltavano la guerra come unico mezzo 
per ripulire il paese dalle miserie del giolittismo e per garantire all’Italia un ruolo di grande 
potenza. Anche il fronte neutralista era suddiviso in due forze:  i liberali giolittiani portati avanti da Giolitti che vedeva la guerra dannosa perché l’Italia non era 
preparata né economicamente e né militarmente, i socialisti fedeli alla linea pacifista e i cattolici 
che raccoglievano l’ostilità alla guerra diffusa tra la popolazione delle campagne. Eccetto una 
minoranza interventista attiva al nord la grande maggioranza del popolo era contraria alla guerra. 
All’interno invece della classe dirigente la guerra fu vista come un modo per ricomporre gli 
equilibri destabilizzati dalla caduta di Giolitti. Al tempo stesso si vide nel conflitto un’occasione per 
rilanciare l’industria e assorbile la disoccupazione. Decisivo fu infine l’atteggiamento del re Vittorio 
Emanuele III e del governo guidato da Salandra e dal ministro degli esteri Sidney Sonnino. La corte 
e il governo erano favorevoli alla guerra perché la ritenevano funzionale agli interessi dell’Italia, al 
prestigio della Corona e al ristabilimento di una situazione di ordine di fronte a conflitti sociali 
sempre più aggressivi. Il 26 aprile 1915 Sonnino strinse con l’Intesa un accordo segreto, il patto di 
Londra, che impegnava l’Italia a entrare in guerra entro un mese in cambio di concessioni 
territoriali. Questo rappresentava un abuso dal punto di vista istituzionale del potere esecutivo nei 
confronti del parlamento che veniva messo di fronte al fatto compiuto. Il dibattito sull’entrata in 
guerra o meno avvenne in un clima caratterizzato da grandi manifestazioni organizzate dai 
nazionalisti, con atti intimidatori nei confronti dei neutralisti (le giornate del maggio radioso), 
questi ultimi rinunciarono alla lotta. Il parlamento approvò infine il fatto compiuto e il 24 maggio 
1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. 
Il 1917 fu un ano cruciale per le sorti del conflitto. Dal punto di vista militare esso fu favorevole agli 
imperi centrali. Sul fronte orientale, l’esercito russo precipitò in una grave crisi, cedendo in più 
punti. Il tracollo economico e militare della Russia divenne anche politico in seguito alla rivoluzione 
che nel febbraio del 1917 portò all’abdicazione dello zar Nicola II e alla successiva rivoluzione 
bolscevica dell’ottobre 1917. Dal punto di vista militare la crisi portò al ritiro della Russia dalla 
guerra e questo permise alla Germania di concentrarsi solo sul fronte occidentale e su quello 
italiano. Qui gli austriaci e i tedeschi il 24 ottobre 1917 riuscirono a sfondare a Caporetto 
costringendo i nostri alla ritirata fino al fiume Piave.  
Il dato più significativo del 1917 fu però il diffondersi in tutti gli eserciti di un clima di sfiducia e di 
rivolta. Il rifiuto alla guerra si manifestava soprattutto come comportamenti individuali come la 
diserzione, la fuga, la fraternizzazione col 
nemico…segni di cedimento si 
mostravano anche sul fronte interno. Agli 
iniziali entusiasmi del popolo per questa 
guerra si andarono a sostituire 
frustrazione, delusione, scioperi e 
sommosse contro la guerra. In questo 
clima l’intervento degli Stati Uniti deciso 
dal presidente Wilson nel 1917, risultò 
decisivo per spostare gli equilibri bellici a 
favore dell’Intesa. 
Fino a quel momento gli USA avevano 
sostenuto Francia e Gran Bretagna 
economicamente senza prefigurare un 
loro intervento diretto.  Diverse motivazioni fecero cambiare idea all’amministrazione statunitense soprattutto l’affinità 
ideologica e politica con l’Intesa e la volontà di salvaguardare la libertà di commercio sui mari. La 
svolta si ebbe nel marzo del 1918 quando i tedeschi giunsero a 60 km da Parigi ma dovettero 
subire il contrattacco degli alleati che sfondarono le linee nemiche ad Amiens. Intanto in Italia fu 
compiuto un grande sforzo per superare la crisi sotto la guida del governo presieduto da Vittorio 
Emanuele Orlando. La repressione del disfattismo fu intensificata e si presero provvedimenti per 
aumentare il consenso. Fu riorganizzato l’esercito, furono promessi ai soldati premi e vantaggi 
economici per il dopoguerra soprattutto distribuzione di terre in quanto l’esercito era costituito 
dalla stramaggioranza da contadini questa nuova strategia in chiave difensiva di Diaz, il generale 
che aveva preso il posto di Cadorna, portò a dei risultati: l’offensiva sferrata dagli austriaci sul 
Piave nel giugno 1918 fu arrestata. Il 24 ottobre l’esercito italiano iniziò il contrattacco 
sbaragliando gli austriaci a Vittorio Veneto. Il 4 novembre 1918 l’Austria-Ungheria firmò 
l’armistizio. Anche la Germania stremata chiese alle potenze dell’Intesa l’armistizio che fu firmato 
l’11 novembre 1918 sancendo la fine del conflitto.  

La conferenza di Parigi 
Nel gennaio del 1919 si riunirono a Parigi tutti i Paesi vincitori per discutere i criteri generali della 
pace. In questa riunione furono tenuti presenti, tra le altre cose, gli obiettivi dell’Intesa: dominare 
in Europa e ridurre all’impotenza la Germania, in modo che non tentasse altre avventure 
sconvolgenti. 
Alla fine fu stabilito che: 
   La Germania restituiva alla Francia l’Alsazia e la Lorena; cedeva alcuni territori per 
costituire la Polonia, la quale otteneva uno sbocco sul mare, mediante il corridoio 
polacco, una stretta striscia di terra che divideva la Prussia orientale dalla Germania, con 
il porto di Danzica che veniva dichiarata città libera sotto la protezione della Società delle 
Nazioni;  
   La Germania doveva pagare un’ingente indennità di guerra ai Paesi dell’Intesa; 
   L’Impero asburgico veniva diviso in tre Repubbliche: Austria, Ungheria e Cecoslovacchia e 
perdeva alcuni territori a vantaggio dell’Italia, della Polonia, della Romania e della 
Jugoslavia; 
   Per i territori sottratti in Asia all’Impero turco e alla Germania, veniva creato il mandato, 
un tipo di amministrazione fiduciaria, cioè il territorio veniva affidato provvisoriamente 
ad uno degli Stati vincitori, fino a quando i popoli non fossero stati in grado di 
autogovernarsi;  
   Alcuni Stati come la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Austria, l’Ungheria erano stati creati 
perché facessero da “cuscinetto”, cioè da difesa contro la Russia comunista e la 
Germania responsabile della guerra, con l’obiettivo di isolarle.  
   Per volere del presidente americano Wilson, fu creata la Società delle Nazioni, un 
organismo internazionale che aveva il compito di regolare le controversie degli Stati 
Associati. 
   

  
Conseguenze sociali ed economiche della guerra 
Le conseguenze sociali ed economiche della guerra furono enormi. Quando essa terminò si 
contarono milioni di morti e feriti. A guerra finita poi scoppiò un’epidemia di influenza, detta 
spagnola, che provocò quasi 13 milioni di vittime. 
Molte famiglie erano rimaste senza giovani e capofamiglia, molti dei quali o erano morti o erano 
ritornati a casa inabili, rendendo ancora più gravoso il carico economico delle famiglie.  
Durante la guerra, per far fronte alle enormi spese, le potenze dell’Intesa avevano dovuto 
chiedere continui prestiti agli Stati Uniti e, ora che la guerra era terminata, questi Stati si 
trovavano a dover pagare ingenti debiti. 
Dal punto di vista politico, presero il sopravvento le forze di sinistra e le forze rivoluzionarie. 
Contemporaneamente, però, si formarono anche schieramenti di destra, che erano contrari alle 
rivoluzioni della sinistra e sostenevano i governi forti, la polizia, l’esercito e i ricchi industriali, 
generando un po’ dovunque forti conflitti di classe.  

   FISICA 
FLUSSO DEL CAMPO ELETTRICO E 
FLUSSO DEL CAMPO MAGNETICO 

  FLUSSO DEL CAMPO ELETTRICO 

All’interno della Meccanica, nel moto dei fluidi, viene introdotta la portata    di un fluido 
attraverso una superficie. La portata è definita come il rapporto tra il volume    V di fluido che 
attraversa la superficie in un tempo   t e l’intervallo di tempo   t stesso: 

Se il fluido si muove con velocità    e la superficie ha area S: 
   Quando la superficie è perpendicolare a   , la portata è data dalla formula  
 Sv 
                                                                   
                                                                                                                                          = Sv 
                                                                 S                                                             

   Quando la superficie è parallela a   , attraverso di essa non passa fluido quindi la portata è 
uguale a zero.  
                                                                                                                            
                                                                                                                            

                                                                                                                  = 0 

   La portata attraverso la superficie, quando essa è inclinata in modo qualunque rispetto alla 
velocità del fluido, si ricava scomponendo    in due componenti      , perpendicolare alla 
superficie, e      , ottenuto proiettando    sulla superficie. Se indichiamo con     l’angolo 
formato dai vettori       e     otteniamo che  
 = v cos   
              
         
                                 


                                  La portata    attraverso S è la somma della portata calcolata con       e di quella dovuta a      : 
 =   
             Con: 
               = S                                    &                         (    ) = 0 
             Quindi la formula diventa: 
+ 0 = Sv cos    

Per quanto riguarda il vettore superficie    esso ha: 
   Direzione perpendicolare alla superficie; 
   Modulo pari all’area S della superficie stessa. 
Per una superficie generica il verso è arbitrario, ma se la superficie considerata è chiusa per 
convenzione si sceglie come verso del vettore quello uscente dalla superficie chiusa. Avendo 
introdotto il vettore superficie, la portata q attraverso la superficie S può essere riscritta come il 
prodotto scalare tra il vettore velocità    e il vettore superficie   : 
  
Questo prodotto scalare prende il nome di flusso del vettore velocità    attraverso la superficie    e 
si indica con il simbolo: 


Per quanto riguarda il campo elettrico : 
data una superficie piana descritta dal vettore    e un campo elettrico     costante su   , il flusso del 
vettore campo elettrico attraverso    è definito dalla relazione 

Se si vuole calcolare il flusso del campo elettrico attraverso una superficie     che non è piana. O su 
cui il campo elettrico non è costante, bisogna suddividere     in n parti        così piccole da 
soddisfare le condizioni della definizione. Successivamente occorre: 
   Calcolare per ogni piccola superficie piana        il flusso   
   Determinare il flusso complessivo   come la somma di tutti i flussi delle superfici: 

 IL TEOREMA DI GAUSS PER IL CAMPO ELETTRICO 
Lo scienziato tedesco Karl Friedrich Gauss dimostrò un importante teorema relativo al flusso del 
campo elettrico. 
Il teorema di Gauss per il campo elettrico stabilisce che il flusso del campo elettrico attraverso una 
superficie chiusa è direttamente proporzionale alla carica totale contenuta all’interno della 
superficie: 

Il valore del flusso non dipende dalla forma della superficie    , purché sia chiusa, né da come è 
posizionata e suddivisa la carica          purché sia all’interno della superficie. 

  IL FLUSSO DEL CAMPO MAGNETICO 
Il flusso del campo magnetico attraverso una superficie si definisce in modo analogo al flusso del 
campo elettrico.  
Se la superficie in questione è piana ed è descritta da un vettore superficie   , con il campo     
costante sulla superficie, il flusso   del campo magnetico attraverso    è definito come: 

Dove     è l’angolo compreso tra i vettori          . 
Nel sistema internazionale il flusso del campo magnetico si misura in tesla per metro quadrato 
( ). Questa unità prende il nome di Weber (Wb) dal nome del fisico tedesco Wilhelm Weber.  
Il verso del vettore superficie    che descrive una superficie piana è scelto ad arbitrio, una volta 
effettuata la scelta la superficie piana possiede una faccia positiva, che è quella rivolta nel verso di 
   Quando le linee del campo magnetico escono dalla faccia positiva della superficie,      (   ) è 
positivo, perché l’angolo tra           è acuto (cos    > 0). 
   Invece   è negativo quando le linee di campo magnetico entrano nella faccia positiva, 
perché in quel caso l’angolo tra     e    è ottuso (cos    < 0). 
Se si vuole calcolare il flusso del campo magnetico attraverso una superficie S qualunque, bisogna 
suddividere S in n parti        così piccole da soddisfare le condizioni della definizione. Indicando con 
 il vettore campo magnetico nei punti della calotta       , il flusso   del campo magnetico 
attraverso S è dato da 

Dove      è l’angolo formato dai vettori  . IL TEOREMA DI GAUSS PER IL CAMPO MAGNETICO 
Si dimostra che 
Il flusso del campo magnetico attraverso qualunque superficie chiusa è uguale a zero. 
Questo risultato, che è il teorema di Gauss per il magnetismo, si esprime con la formula 

Dove     è una superficie chiusa qualunque. 
Il flusso del campo elettrico attraverso una superficie chiusa è direttamente proporzionale alla 
carica elettrica totale contenuta all’interno della superficie. Ma mentre esistono cariche elettriche 
isolate, non esistono poli magnetici, nord o sud, isolati. Per questo il teorema di Gauss per il 
magnetismo è nullo: all’interno di una superficie chiusa qualunque, si ha sempre una uguale 
quantità di poli nord e sud magnetici.  
Il teorema di Gauss per il campo magnetico può essere anche espresso con le linee di campo: 
quelle del campo elettrico hanno origine sulle cariche positive e terminano su quelle negative. Il 
flusso del campo elettrico attraverso una superficie chiusa che racchiude una o più cariche: 
   È positivo se si ha una predominanza                                                        flusso 
 di linee uscenti dalla superficie                                                                positivo 
                                                                                  




   È invece negativo se le linee di 
campo sono soprattutto entranti 


                                                                                                         flusso  
                                                                                                        negativo 





Invece le linee di campo magnetico non hanno né inizio né fine 
perché sono linee chiuse oppure linee che si estendono 
all’infinito. A ogni linea di campo entrante nella superficie 
gaussiana     ne corrisponde sempre una uscente di 
conseguenza il flusso totale di campo magnetico attraverso     è 
nullo. 
   
 MATEMATICA 
I LIMITI 

La parola “limite” ha un significato intuitivo ma spesso nel linguaggio comune assume differenti 
significati. Parlando di un oggetto capita di asserire che questi è limitato, cioè che ha una forma 
finita o dei confini, oltre i quali probabilmente non è possibile andare. Nonostante assuma 
differenti significati, il concetto di limite in matematica è ben definito e parte fondamentale 
dell’analisi infinitesimale. 
 La sua definizione fu enunciata nella forma da noi utilizzata, dal matematico tedesco Karl 
Weierstrass ma tale concetto è molto più antico. Si ritrovano sue applicazioni per calcolare 
aree e volumi nella matematica greca, presso Eudosso ed Archimede, anche se in forma non 
esplicita. Il limite è anche l’unico strumento per “lavorare” con gli infinitesimi e gli infiniti e oggi è il 
fondamento di tutto il calcolo differenziale e integrale, le cui applicazioni sono numerosissime, 
non solo in matematica e fisica, ma in tutte le scienze. 
I primi tentativi di continuare l’opera di Archimede si devono a diversi matematici come 
Fermat, Newton, Leibniz, e Cauchy. 
Fu Newton a esplicitare il concetto di infinitesimo: una grandezza “infinitamente piccola” 
ma diversa da zero. La sua definizione richiedeva di considerare il rapporto di due quantità e 
di determinare quindi ciò che accadeva a questo rapporto quando le due quantità tendevano 
simultaneamente a zero. Newton sembra voler dire che bisogna considerare il rapporto nel 
preciso istante in cui il numeratore e denominatore diventano zero. Ma in quell’istante la frazione 
si presenta come 0/0, che non ha alcun significato. Anche Leibniz tendeva ad affrontare la 
questione sempre parlando di “quantità infinitamente piccole”. Con ciò egli intendeva delle 
quantità che, per quanto non nulle non potevano essere ulteriormente diminuite. La comunità 
matematica, a poco a poco, prese coscienza del fatto che doveva occuparsi del problema.  
Troviamo così una schiera di matematici, all’inizio dell’Ottocento, occupati a esaminare la 
questione dei fondamenti. La precisazione del concetto di “limite” era uno dei problemi cruciali.  
Nel 1821 il francese Augustin-Louis Cauchy propose questa definizione: 

“Allorché i valori successivamente assunti da una stessa variabile si avvicinano 
indefinitamente a un valore fissato in modo da differirne alla fine tanto poco quanto si 
vorrà quest’ultima quantità è chiamata il limite di tutte le altre.” 

Il successo della definizione si basò in larga misura sul fatto che per suo tramite Cauchy riuscì a 
dimostrare i più importanti teoremi dell’analisi. Ma anche l’asserzione di Cauchy aveva bisogno di 
essere messa a punto, infatti essa parlava di “avvicinamento” di una variabile al limite. Così 
l’ultima parola nell’opera di consolidamento delle fondamenta dell’analisi matematica la scrissero 
il matematico tedesco Karl Weierstrass e i suoi allievi. 
Nelle sue lezioni Weierstrass definiva il limite L della funzione f(x) nel punto      nel modo 
seguente: 

“Se data una qualsiasi grandezza   , esiste una      tale che per    la differenza 
f(x 0 ±  )- L è minore di    in valore assoluto, allora L è il limite di f(x) per  ” 

La definizione di limite usata ai giorni nostri è la seguente: 

Si dice che la funzione          ha per limite il numero reale l per x che tende a       e si scrive: 

quando comunque si scelga un numero reale positivo    se si può determinare un intorno 
completo I di      tale che risulti 
            Per ogni x appartenente a I diverso da     .  
In simboli: 

Interpretiamo             mediante gli intorni: 
esplicitando il valore assoluto nell’espressione             otteniamo: 



  IL LIMITE INFINITO DI UNA FUNZIONE PER X CHE TENDE A UN VALORE 
FINITO 

  Limite         per x che tende a      
Sia f(x) una funzione non definita in     . Si dice che f(x) tende a         per x che tende a      e si scrive: 

Quando per ogni numero reale positivo M si può determinare un intorno completo I di      tale che 
risulti: 
                                                                     per ogni x appartenente a I e diverso da      
In simboli: 



  Limite         per x che tende a      
Sia          una funzione non definita in     . Si dice che          tende a          per x che tende a      e si 
scrive: 

Quando per ogni numero reale positivo M si può determinare un intorno completo I di      tale che 
risulti: 
 per ogni x appartenente a I e diverso da     . 

  
  IL LIMITE FINITO DI UNA FUNZIONE PER X CHE TENDE ALL’INFINITO  

  Limite finito di una funzione per x che tende a         
Si dice che una funzione           tende al numero reale l per x che tende a         e si scrive: 

Quando comunque si scelga un numero reale positivo     si può determinare un intorno di        tale 
che 
    per ogni x appartenente all’intorno 
Considerato che un intorno di        è costituito da tutti gli x maggiori di un numero reale c, 
possiamo dire che 
     se: 



  Limite finito di una funzione per x che tende a         
Si dice che una funzione           ha il limite reale l per x che tende a         e si scrive: 

Se per ogni   fissato è possibile trovare un intorno di          tale che risulti: 
                                                               per ogni x appartenente all’intorno I 


  X tende a      
Questi ultimi due casi possono essere riassunti in uno solo se si considera un intorno di 
determinato dagli x per i quali: 

Si dice che   quando per ogni   è possibile trovare un intorno di      tale che: 
 per ogni x appartenente I. 
                                                              INGLESE 
THE SEARCH FOR THE INFINITY IN THE ENGLISH ROMANTICISM. 
WORDSWORTH AND COLERIDGE 

Romanticism was an artistic, cultural and literary movement developed in Germany at the end of 
the eighteenth century and then spread throughout Europe in the next century. The term 
"romance" comes from the English “romantic” that in the mid-seventeenth century was referring 
to what was not reality but what was described in terms of "romance" in the literature of the 
romances. In reaction to Neoclassicism and the Enlightenment, namely rationality and the cult of 
classical beauty, Romanticism contrasts spirituality, emotion, fantasy, imagination, and above all 
the affirmation of the individual character of each artist. The term "romance" was first applied by 
Schlegel literature which he considered "modern" as opposed to "classical". The term was alluding 
to the romance languages, originated from a mixture of German dialects of Latin. And the diversity 
and heterogeneity were representative of the Romantic era, when man was not unique enough in 
itself as in classical antiquity. In fact, according to philosophers such as Schopenhauer that are 
based in part on Fichte, man, be done, tends to infinity, namely is always looking for a good or an 
infinite pleasure, while in the finite world at his disposition it doesn't find that limited 
resources. This makes the man feel an emptiness, that forces him at the inevitable situation of 
unhappiness. 
Romanticism refers to the necessity to draw infinity. Therefore are often applicants some essential 
points such as: 
   Absolute: characteristic of Romanticism is the theory of the absolute, the infinity immanent 
reality (often coinciding with nature) that provokes in a man a tension for the unlimited.  
   Sublime: according to the Romantics, the endless generates in the human a sense of terror 
and helplessness, defined the sublime. The inability and paralysis towards the absolute 
translates in humans in a pleasure indistinct, where what is horrid and uncontrollable 
becomes beautiful. 
   desire of desire or evil of desire: is the direct result of the experience of the man towards 
the absolute, a sense of constant anxiety, a feeling that afflicts the subject and pushed him 
to exceed the limits of earthly reality, oppressive and suffocating,   for taking refuge in 
interiority or in a size that exceeds the space-time .   
   Irony: the awareness of the fiction of things that surround the man and that he creates is 
translated in the irony, by which man becomes conscious of his own limitations. 
The different attitudes that writers and poets take in life, mean that in the literature developed 
two currents: the current subjective, which views poetry as one of the highest expressions of the 
spirit, of human feeling, spontaneous expression of the ideals artist, who gives voice to the 
contrast between finite and infinite who slays his heart. The current objective, which represents a 
true outward, life and ideals of people of a specific time and place. Regarding the German 
Romantic artists, developed in Germany between 1770 and 1785 the movement of Sturm und 
Drang (storm and passion), with artists like Goethe and Schiller, was officially born in 1798 instead 
of Romanticism, with the first number of the newspaper "Athenaeum."  While in England, showed a similar movement in literature and poetry in the first exponents were 
Wordsworth and Coleridge. 
English Romantic authors are usually divided into two different generation, one that regards the 
end of 1700, and another who lived in the first half of 1800. The first part of Wordsworth, 
Coleridge and Blake. The second generation can be defined as poets Keats, Byron and Shelley. 

  Wordsworth 
              The preface to the Lyrical Ballads: Poetic manifesto. 
Along with Samuel Taylor Coleridge is considered the 
founder of Romanticism and especially the English 
naturalism, with the publication of Lyrical Ballads in 1798 
in which Coleridge contributed with The Rime of the 
Ancient Mariner, that opened the collection of the first 
edition. The Preface to the Lyrical Ballads can be 
considered a manifesto for Wordsworth’s work and 
explains well is idea of poetry and nature, the role of the 
poet and language he should use. Poetry, according to 
Wordsworth, must be concerned with the ordinary, 
everyday world and the influence of memory on the 
present. The highly innovative nature of his poetry are in 
the choice of characters, people of humble extraction 
from the every day life, and in the simple language. The 
best subjects are therefore “humble rustic life” and 
people in close contact with nature. The kind of language 
used by the poet must reflect this simplicity, it has to be 
similar to the simple “language of men”.  
Characteristics of Wordsworth's vision are: 
   Importance of feelings and intuition. 
   Free play of imagination. Poetic “vision”.  
   Children are sacred, begin the closest creatures to God and thus to the source of creation. 
The so-called Lucy Poems, dedicated to a woman who died young, perhaps more than 
many others communicate the importance of the cult of childhood, and ingenuity that 
allow the approach to the state of nature lost in the transition from childhood to 
adulthood, from rural to industrial and pantheistic view of nature of Wordsworth. 
   Poetry seen as the expression of the soul and celebration of the freedom of nature and 
individual experience. 




  
  Coleridge 
              Focus on the text: the rhyme of the Ancient Mariner. 

Wordsworth and Coleridge divide their work in different tasks in fact, Wordsworth transforms 
ordinary in extraordinary events (such as "We are seven") and Coleridge deals to make 
supernatural in ordinary events, the most famous poems is 
"The rhyme of the ancient mariner" . This long poem is 
divided into seven parts, each introduced by a short 
summary of the story so far. It was composed between 
1797 and 1798 and was first published as the opening 
poem of the Lyrical Ballads in 1798. It tells the story of a 
mariner who commits the crime of killing the albatross and 
of his consequent punishment. The mariner, during the 
celebrations for a wedding, tells his story to a guest. The 
novel illustrates the story of the mariner's ship there 
remains trapped in a storm. The rest of an albatross on the 
ship is hailed as a favorable omen by the crew. But the 
mariner kills the bird with a crossbow shot. From here start 
the unfortunate events of history. Only the old sailor will 
be saved. For seven days he remain in the company of the 
crew died trying in vain to pray when he blesses the sea 
snakes that move in the waters can view and at the same 
moment the bird that hung around his neck detaches and sinking. Conversion takes place here: 
the dead become angelic spirits that guide the ship towards the English coast, where it sinks. The 
sailor will be forced to tell his adventure ever, as a moral warning to humanity. The purpose of 
moralistic poem is this: the only unconditional love for nature and all species will enhance and 
ennoble the human spirit. 
Stylistic features. 
The poem his written in the form of a medieval ballad and is highly symbolic. The story of the 
mariner reflects the original sin. The poem creates a universe where realistic and supernatural 
events coexist. The landscape is portrayed in a mysterious, a bird whose killing, according to 
mythology, is considered a sacrilege, but also by horrible sea-monsters which surround the ship 
after the bird’s death. The presence of spirits and angels also contribute to create a magical 
atmosphere. This is reinforced by the language used by Coleridge, which is characterised by a 
frequent use of sound effects. Coleridge’s language, unlike that of Wordsworth, is often archaic 
and takes inspiration from old ballads.